Archive from dicembre, 2011

Terapia Cognitivo Comportamentale di terza generazione

Le terapie cognitivo comportamentali di terza generazione sono accomunate dall’influenza e dall’utilizzo della mindfulness, un’antica tecnica meditativa di origine buddista che sta stimolando l’interesse degli studiosi e dei ricercatori di tutto il mondo per il suo evidente positivo impatto sulle funzioni cognitive ed emotive. Tra i vari interventi che utilizzano in modo sistematico la mindfulness si ricordano:

MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy)                                                                                                     Si tratta di un nuovo modello della terapia cognitivo comportamentale che è stato sperimentato con successo per le ricadute della depressione. Alla base di questo modello si dà ampio spazio alla pratica della mindfulness.

ACT (Acceptance and Commitment Therapy)                                                                                                       È una terapia basata sulla mindfulness e su un modello del funzionamento del linguaggio – la Relational Frame Theory – sperimentato per due decenni da S. Hayes e colleghi. Alla radice l’ACT è una terapia comportamentale, utilizza un gran numero di tecniche esperienziali ed ha efficacia dimostrata con una vasta gamma di problematiche tra cui: depressione, ansia, stress lavorativo, disturbi alimentari, dipendenza da sostanze e schizofrenia. È un modello di terapia molto attivo.

DBT (Dialectical behavior therapy)                                                                                                                   Originariamente sviluppato da Marsha M. Linehan, è una sintesi di terapia comportamentale per le strategie per il cambiamento, strategie per l’accettazione e la validazione, legate da strategie dialettiche e assunti fondamentali. La DBT è ad oggi l’unico trattamento psicosociale che abbia dimostrato la propria efficacia nei confronti dei pazienti borderline.

 

Integrazione della mindfulness nella Terapia Cognitivo Comportamentale

L’integrazione della mindfulness nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale si basa sul presupposto che la pratica della mindfulness rinforza gli effetti della terapia cognitivo comportamentale e che il lavoro cognitivo e comportamentale rinforza gli effetti della mindfulness. Questo circolo virtuoso è legato alla profonda sintonia tra i due modelli in quanto entrambi si basano sull’idea che i comportamenti adattivi e sani possono essere appresi, allo stesso modo in cui sono stati appresi dei comportamenti disadattivi. Entrambi gli approcci fanno leva sull’allenamento personale, sulla consapevolezza della propria attività mentale, sulla scelta non impulsiva dei comportamenti. Naturalmente esistono delle differenze significative tra i due strumenti, ma si tratta di differenze che rendono i due approcci complementari.

Una differenza importante è il modo di considerare i pensieri che nella terapia cognitivo comportamentale vengono esplorati ed analizzati nei loro contenuti, mentre nel lavoro con la mindfulness vengono sostanzialmente riconosciuti come tali e dunque distinti dall’esperienza percettiva del momento presente. L’unione dei due fa sì che nel processo terapeutico si tenda quindi ad occuparsi maggiormente del processo del pensiero, (cioè del modo di funzionare della mente), che dei contenuti dei pensieri stessi, con l’obbiettivo non tanto di trasformarli, quanto di riconoscerli per quello che sono (cioè solamente dei contenuti mentali senza caratteristica di concretezza e di realtà) e di lasciarli andare: “I pensieri non sono fatti” dunque è possibile agire senza esserne condizionati.

22 Dic
2011
Pubblicato in: Attività
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L’officina di Teatro

a cura di Cristina Gualandi

“L’Officina di Teatro” è un percorso laboratoriale di sperimentazione dei linguaggi del teatro, rivolto a ragazzi e ragazze dai 9 agli 11 anni.

L’officina-laboratorio è un ‘luogo’ in cui fare esperienze, esercizi, giochi che coinvolgono il corpo e le emozioni; un ‘luogo’ in cui cercare e far nascere motivazioni, senso e valori, è quindi anche luogo di incontro con se stessi e con gli altri.

Il laboratorio di teatro più in particolare è un luogo per sperimentare una comunicazione diversa da quella soltanto verbale, per esprimersi, per conoscere e farsi conoscere dagli altri, per prendere coscienza delle proprie potenzialità all’interno di un sistema di regole precise, le regole del gioco del teatro.

Spesso il bambino timido che fatica ad esprimersi con i compagni e nell’usuale attività scolastica, trova nel teatro il modo di esternare ciò che ha dentro. E per tutti è un’occasione di consolidare le proprie sicurezze a partire da quello che si è, all’interno di un’esperienza totale dove non conta l’arrivare primi, il mostrarsi furbi, l’emergere a qualsiasi costo, l’apparire. Il gioco del fare finta di essere qualche cosa o qualcuno, diverso da noi, consente inoltre di poter osservare e comprendere dinamiche a volte difficili da osservare nella realtà.

Nell’esplorazione teatrale non vengono richieste particolari prestazioni ginniche o atletiche, ma più semplicemente di prestare attenzione al corpo, di prendere coscienza di quello che si può fare e ‘raccontare’ con esso, di utilizzarlo cioè in modo armonico ed espressivo. È un passaggio importante non tanto dell’educazione teatrale, quanto della formazione globale della persona.

Il laboratorio teatrale è quindi un percorso di conoscenza teatrale, nel quale vengono usati materiali di supporto come musiche, luci, colori, stoffe ed è, al tempo stesso, un’opportunità per i ragazzi di fare un percorso introspettivo e di gruppo.

Il laboratorio prevede sei-otto incontri pomeridiani della durata di due ore circa, a cadenza settimanale per un massimo di 16 ragazzi. L’ultimo incontro del laboratorio sarà un “incontro a porte aperte”, per dare la possibilità alle famiglie interessate di condividere l’interno dell’”officina”, lo spazio incontrato e ricreato dai ragazzi.

Questo progetto è stato promosso nella sua prima edizione nel 2011 a Portomaggiore (FE) grazie al lavoro e all’impegno dell’Associazione di Genitori “Il Giocoliere”. Questa esperienza, educativa e divertente per tutti i bambini, è stata appositamente promossa per essere di supporto anche ai bambini con problematiche relazionali all’interno di un percorso di alfabetizzazione emotiva.

Colgo l’occasione per ringraziare sentitamente Cristina Gualandi, critica teatrale, drammaturga, formatrice, che ha condotto personalmente i gruppi; Monica Campi e Sabrina Salani per le associazioni che hanno dato un fondamentale supporto logistico, organizzativo e umano ad un’iniziativa in cui credevo molto.

Dott.ssa Alexia Polmonari

Per vedere e scaricare gratuitamente l’ultima pubblicazione sulla didattica teatrale di Cristina Gualandi:
http://www.ericksonlive.it/catalogo/didattica/laboratori-e-creativita/il-teatro-e-come-una-citta/

La Terapia Cognitivo Comportamentale

Già nell’antica Grecia il filosofo Epitteto sentenziava: “Più che dagli eventi l’uomo è turbato dall’opinione che ha di essi. Non è terribile la morte, ma l’etichetta di terribilità che le diamo. Problemi, turbamenti, angosce sono nei nostri pensieri”.

La psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata dalla comunità scientifica internazionale uno dei più efficaci ed affidabili modelli per la comprensione e il trattamento di un’ampia gamma di disturbi psicologici e psichiatrici.

La sua buona reputazione dipende da una serie di elementi che la contraddistinguono:

Centrata sul problema: nelle sedute psicoterapeutiche il terapeuta ed il paziente analizzano le circostanze problematiche e la loro definizione, cercando attivamente insieme le cause che mantengono il problema, e le possibili soluzioni a questo.

Breve: il fatto di essere centrata sul problema rende la terapia cognitivo comportamentale relativamente breve. Mediamente un intervento focalizzato sul problema prevede da poche a 30/40 sedute, che generalmente hanno una frequenza settimanale ed una durata di un’ora circa.

Attiva: il terapeuta e il paziente collaborano attivamene alla ricerca della soluzione. Il terapeuta conosce le tecniche e le strategie; il paziente conosce il proprio problema. Insieme cercano di sviluppare soluzioni perseguibili che il paziente prova a mettere in atto nella vita di tutti i giorni, attraverso l’assegnazione da parte del terapeuta di “compiti” graduali da svolgere al di fuori della seduta.

Scientificamente comprovata: sono disponibili innumerevoli studi scientifici che ne dimostrano l’efficacia in termini di riduzione dei sintomi; per esempio è stato dimostrato che è efficace almeno quanto i farmaci nella remissione della depressione e dei disturbi ansiosi e di gran lunga più capace nel prevenirne le ricadute.

Le principali organizzazioni internazionali raccomandano la psicoterapia cognitivo comportamentale per un gran numero di disturbi e problemi, tra cui: ansia, panico, fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo, depressione.

In base al modello cognitivo-comportamentale gli input provenienti dall’ambiente esterno ed interno vengono, da ciascun individuo, interpretati e sottoposti a complesse trasformazioni da un sistema definibile come sistema cognitivo interpretativo, che determina la valutazione cognitiva dell’evento. Per valutazione cognitiva si intende l’insieme dei pensieri, idee, preconcetti, che permettono a ciascun individuo di interpretare e giudicare la realtà secondo uno o più criteri di riferimento. I pensieri concorrono a determinare il nostro umore in una certa situazione, ma anche lo stato d’animo in cui ci troviamo tende a sua volta ad influenzare e a dar corpo ai nostri pensieri.

Ad esempio chi è arrabbiato pensa ai torti subiti, chi è depresso più facilmente si focalizza sui propri insuccessi e a quanto sia inutile la sua vita, chi è ansioso vede possibili pericoli ovunque. Spesso i nostri pensieri ci predispongono a distorcere, sminuire ed ignorare le informazioni che li contraddicono.

Nel corso della giornata ci comportiamo prevalentemente secondo abitudini sedimentate e non siamo consapevoli dei pensieri che guidano il nostro comportamento, perché le nostre azioni sono di routine. D’altra parte quando decidiamo di cambiare un comportamento o di apprenderne uno nuovo, sono i pensieri a determinare se e come questo cambiamento sarà possibile. Le nostre aspettative, le convinzioni radicate in profondità che riguardano noi stessi (sono bravo, sono debole), altre persone (non bisogna fidarsi della gente) e la vita in generale influenzano il nostro comportamento.

Si è visto come i pensieri influenzino gli stati d’animo in cui ci troviamo, ma per quale motivo alcune persone sono più predisposte verso certi pensieri e stati d’animo piuttosto che verso altri?

Una certa parte di queste differenze può essere di tipo biologico o di origine ereditaria, ma anche le esperienze di vita, gli apprendimenti dai più precoci ambienti familiari a quelli scolastici e lavorativi, vanno a costruire i modelli comportamentali di riferimento, gli stati d’animo che permeano la nostra vita e le nostre convinzioni più profonde.