Le terapie cognitivo comportamentali di terza generazione sono accomunate dall’influenza e dall’utilizzo della mindfulness, un’antica tecnica meditativa di origine buddista che sta stimolando l’interesse degli studiosi e dei ricercatori di tutto il mondo per il suo evidente positivo impatto sulle funzioni cognitive ed emotive. Tra i vari interventi che utilizzano in modo sistematico la mindfulness si ricordano:

MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy)                                                                                                     Si tratta di un nuovo modello della terapia cognitivo comportamentale che è stato sperimentato con successo per le ricadute della depressione. Alla base di questo modello si dà ampio spazio alla pratica della mindfulness.

ACT (Acceptance and Commitment Therapy)                                                                                                       È una terapia basata sulla mindfulness e su un modello del funzionamento del linguaggio – la Relational Frame Theory – sperimentato per due decenni da S. Hayes e colleghi. Alla radice l’ACT è una terapia comportamentale, utilizza un gran numero di tecniche esperienziali ed ha efficacia dimostrata con una vasta gamma di problematiche tra cui: depressione, ansia, stress lavorativo, disturbi alimentari, dipendenza da sostanze e schizofrenia. È un modello di terapia molto attivo.

DBT (Dialectical behavior therapy)                                                                                                                   Originariamente sviluppato da Marsha M. Linehan, è una sintesi di terapia comportamentale per le strategie per il cambiamento, strategie per l’accettazione e la validazione, legate da strategie dialettiche e assunti fondamentali. La DBT è ad oggi l’unico trattamento psicosociale che abbia dimostrato la propria efficacia nei confronti dei pazienti borderline.

 

Integrazione della mindfulness nella Terapia Cognitivo Comportamentale

L’integrazione della mindfulness nell’ambito della terapia cognitivo comportamentale si basa sul presupposto che la pratica della mindfulness rinforza gli effetti della terapia cognitivo comportamentale e che il lavoro cognitivo e comportamentale rinforza gli effetti della mindfulness. Questo circolo virtuoso è legato alla profonda sintonia tra i due modelli in quanto entrambi si basano sull’idea che i comportamenti adattivi e sani possono essere appresi, allo stesso modo in cui sono stati appresi dei comportamenti disadattivi. Entrambi gli approcci fanno leva sull’allenamento personale, sulla consapevolezza della propria attività mentale, sulla scelta non impulsiva dei comportamenti. Naturalmente esistono delle differenze significative tra i due strumenti, ma si tratta di differenze che rendono i due approcci complementari.

Una differenza importante è il modo di considerare i pensieri che nella terapia cognitivo comportamentale vengono esplorati ed analizzati nei loro contenuti, mentre nel lavoro con la mindfulness vengono sostanzialmente riconosciuti come tali e dunque distinti dall’esperienza percettiva del momento presente. L’unione dei due fa sì che nel processo terapeutico si tenda quindi ad occuparsi maggiormente del processo del pensiero, (cioè del modo di funzionare della mente), che dei contenuti dei pensieri stessi, con l’obbiettivo non tanto di trasformarli, quanto di riconoscerli per quello che sono (cioè solamente dei contenuti mentali senza caratteristica di concretezza e di realtà) e di lasciarli andare: “I pensieri non sono fatti” dunque è possibile agire senza esserne condizionati.

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