20 Dic
2012

Incontri di Formazione Ali per Crescere 2013 sul tema dei Disturbi Specifici di Apprendimento

L’associazione Ali per Crescere organizza una serie di incontri di formazione per genitori, insegnanti, studenti e persone che hanno in comune l’interesse verso i Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA).

Programma degli incontri scaricabile cliccando ALIperCRESCERE 2012-2013

Presentazione dell’Associazione Ali per Crescere scaricabile cliccando qui

Dislessia e Tecnologie: tra didattica e relazione. Giornata provinciale di formazione sui Disturbi Specifici di Apprendimento

L’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna e l’Ufficio Scolastico Provinciale di Bologna, data la grande richiesta di partecipazione al precedente evento del 19/04/2012 e l’elevato numero di insegnanti e genitori rimasti esclusi, organizzano una ulteriore Giornata di Formazione Provinciale sui Disturbi Specifici di Apprendimento in data 14/01/2013.

Si tratta di una giornata di studio e di incontri formativi, con la finalità di ampliare la competenza professionale dei Docenti in tema di DSA (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia) e relative procedure e strategie, che consentano di perseguire il successo scolastico.

La formazione, escludendo coloro che hanno già partecipato all’analoga giornata di formazione del 19 aprile 2012, è rivolta a:

  •  Insegnanti di scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado, di qualunque disciplina;
  •  Insegnanti di sostegno;
  •  Referenti DSA;
  •  Famiglie interessate (nella sessione pomeridiana).

La formazione si sviluppa in una sola giornata per facilitare la presenza dei docenti, agevolandone la sostituzione.
La giornata avrà luogo presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Aldini Valeriani Sirani” (Via Bassanelli, 9 – Bologna)

Nella sessione pomeridiana è previsto, oltre ai tre laboratori per gli insegnanti, anche un incontro con i
GENITORI interessati (o alunni con DSA maggiorenni), fino all’esaurimento della capienza della sala (190 posti).

Tutti i GENITORI (sia di Sc. Statale che Paritaria) potranno iscriversi autonomamente on-line dall’11 dicembre, tramite il modulo dedicato.

Per consultare il programma e per accedere al modulo on line clicca documento_USR

 

Il Parent Training


Il ruolo di genitori può essere molto difficile e presentare sfide complesse, in particolare in presenza di problematiche emotive e comportamentali nel bambino.

In alcuni orientamenti terapeutici, nell’intervento con il bambino i genitori vengono minimamente coinvolti nel processo psicoterapeutico. L’approccio cognitivo comportamentale è molto attento alle influenze che l’ambiente ha sul bambino, partendo dal presupposto che per ottenere risultati significativi e generalizzabili è necessario che alcuni stimoli, procedure, strategie di rinforzamento non siano utilizzati solo nello studio del terapeuta, ma anche nell’ambiente in cui il bambino vive. Inoltre, le più recenti prospettive ( Blackledge e Hayes, 2006) pongono l’accento sull’importanza di accogliere e dare spazio ai bisogni psicologici dei genitori all’interno dell’intervento mirato all’apprendimento di abilità e strategie per la gestione dei comportamenti del bambino. Recenti ricerche evidenziano come il tentativo da parte dei genitori di evitare pensieri, emozioni e sensazioni negative possa influenzare il loro modo di gestire i comportamenti dei figli e le loro strategie educative, come sia positivamente correlato con alti livelli di stress nei genitori stessi, oltre che con modalità educative non efficaci e punitive (Shea e Coyne, 2011; Coyne e Wilson, 2004).

Gli obiettivi fondamentali del Parent Training sono:

  • aiutare la famiglia a comprendere e circoscrivere i sintomi o i comportamenti problematici e ad acquisire corrette informazioni sul problema

  • imparare che il problema può essere affrontato attraverso strategie specifiche, imparare tali strategie, scegliere le migliori, provarle nelle diverse situazioni

  • rendere i genitori consapevoli delle proprie barriere cognitive ed emotive, insegnare loro a non rimanere intrappolati in esse, aiutarli a capire se ciò che fanno “funziona” per sé stessi e per i figli.

  • accogliere e validare il vissuto emotivo dei genitori in difficoltà, aiutandoli a rapportarsi in modo differente con le loro esperienze emotive .

Il parent training nasce nel contesto degli interventi per la disabilità, della terapia dei disturbi del comportamento e dei disturbi generalizzati dello sviluppo, ma è applicabile ad un’ampia gamma di problematiche emotive e comportamentali clinicamente rilevanti.

Bibliografia:

  • Blackledge, J. T., & Hayes, S. C. (2006). Using Acceptance and Commitment Training in the Support of Parents of Children Diagnosed with Autism. Child & Family Behavior Therapy, 28(1), 1-18. Celi F. (2002). Psicopatologia dello sviluppo. Mc Graw-Hill

  • Coyne, L. W., & Wilson, K. G. (2004). The role of cognitive fusion in impaired parenting: An RFT analysis. International Journal of Psychology and Psychological Therapy, 4, 469-486.

  • Di Pietro M., Bassi E. e Filoramo G. (2001). L’alunno iperattivo in classe. Ed. Erickson.

  • Shea, S. & Coyne, L.W. (2011). Maternal dysphoric mood, stress and parenting practices in mothers of preschoolers: the role of experiential avoidance. Child & Family Behavior Therapy, v33 n3 p231-247.

  • Vio C., Marzocchi G.M. e Offredi F. (1999). Il bambino con deficit di attenzione/iperattività. Diagnosi Psicologica e Formazione dei Genitori Ed. Erickson

  • Vio, Menaccia, Bassi. (2010). Parent training nell’autismo. Ed. Erickson

L’importanza della metafonologia in età prescolare

Il bambino che inizia a cimentarsi con il linguaggio scritto possiede già un notevole bagaglio di conoscenze e competenze relative al linguaggio orale. L’apprendimento della lingua scritta è quindi possibile in quanto il bambino è già in grado di comprendere il significato di molte parole, di denominare correttamente molti oggetti, di capire un discorso adeguato alla sua età e di esprimersi a sua volta attraverso il discorso.
Se in una prima fase l’oggetto e la parola sono un’unità inscindibile per il bambino nel suo sviluppo linguistico, solo più tardi i bambini iniziano a giocare con le parole usandone il suono e allontanandosi dal significato. Verso i 4-5 anni essi infatti diventano esperti di rime, assonanze, di variazioni sulla parola che viene composta e ricomposta, alterandone i suoni.
L’affermarsi di queste abilità testimonia la progressiva stabilizzazione della consapevolezza fonologica o metafonologia che consiste nella capacità di analizzare la struttura sonora della parola nei singoli suoni che la compongono, operando trasformazioni e manipolazioni degli stessi, indipendentemente dal loro significato.
Ad esempio saper segmentare una parola nelle sillabe o nelle lettere che la compongono; saper sostituire, aggiungere, togliere, spostare una lettera; saper riconoscere e manipolare l’ordine di successione delle sillabe o delle lettere in una parola data; saper sintetizzare una sequenza di sillabe o lettere nella parola corrispondete; trovare rime e assonanze.
Tutti questi esercizi sviluppano le due fondamentali abilità metafonologiche che sono:
– la capacità di fusione per riconoscere una parola dopo averne ascoltato i fonemi o le sillabe in modo separato. Capacità utilissima ed indispensabile nella fase di sviluppo della lettura, in cui il bambino trasforma in fonema ciascun grafema o gruppo di grafemi per poi riuscire a fonderli insieme e leggere la parola per intero;
– la capacità di segmentazione per scomporre una parola nei suoni che la costituiscono (sillabe prima e fonemi dopo), capacità fondamentale per riuscire a scrivere; occorre individuare quali fonemi compongono la parola, rappresentarli graficamente rispettando l’ordine spazio-temporale.

Visto lo stretto rapporto tra competenza metafonologica e il successivo apprendimento della scrittura e della lettura, si vuole sottolineare la notevole importanza della scuola dell’infanzia e dell’ambiente circostante nello stimolare il bambino in età prescolare in questo processo di avvicinamento al “mondo delle scritte”, facilitando la sua riflessione metafonologica.
Questo non significa assolutamente insegnare ai bambini a leggere e scrivere, ne tanto chiedergli di imparare le lettere dell’alfabeto, ma significa potenziare le loro riflessioni spontanee e stimolare un normale percorso evolutivo di avvicinamento alla convenzionalità della letto-scrittura, attraverso attività di gioco metafonologico.

5 Mar
2012

Caratteri ad alta leggibilità per la dislessia

Segnaliamo alcune informazioni interessanti riguardo ai font studiati per la dislessia. Il carattere di stampa è infatti un elemento molto importante per facilitare la decifrazione e quindi la comprensione del testo. Per comprendere tali aspetti consigliamo la visione di questo video di Christian Boer, graphic designer, dislessico. Attraverso le ricerche condotte dall’università di Twente, è stato creato il font “dislexie”. Il video illustra in modo intuitivo sia le difficoltà più comuni nella percezione delle lettere, sia le caratteristiche ideali del font per la dislessia. Il filmato è in inglese, ma le immagini permettono di comprendere il messaggio anche senza un’approfondita conoscenza della lingua.

video sul font “dislexie”

Il font “dislexie” è a pagamento, ma esistono alternative gratuite reperibili nel web, come BaileySansITCStd-BookIta, oppure il font ad alta leggibilità delle Edizioni Bianco e Nero.

 

Le Edizioni Angolo Manzoni pubblicano già da alcuni anni libri nel carattere “Easy Reading”, studiato per la dislessia.

SEMPLIFICARE I TESTI PER GLI ALUNNI DISLESSICI (tratto dal sito di Maestra Antonella):

Fermo restando che la lettura per un bambino dislessico non sarà mai una cosa del tutto automatica, come lo è per la maggior parte di noi, ci sono alcune regole che i docenti possono tenere presenti per facilitare la lettura di testi cartacei (e quindi senza sintesi vocale).

Le linee-guida per la leggibilità:

La grafica:

1. Corredare il testo di immagini, schemi, tabelle, ma in modo chiaro e lineare, senza “affollare” le pagine.
2. Usare le intestazioni di paragrafo per i testi lunghi.
3. Usare se possibile lo STAMPATO MAIUSCOLO. E’ più facilmente leggibile (perchè stanca meno la vista) per chiunque!
4. NON usare l’allineamento giustificato: lo spazio variabile tra le parole non aiuta i loro movimenti saccadici.
5. Non spezzare le parole per andare a capo.
6. Andare spesso a capo, magari dopo ogni punto di sospensione (capoversi).
7. Distanziare sufficientemente le righe (usare un’interlinea abbastanza spaziosa).
8. Usare fonts del tipo “sans sarif”, cioè “senza grazie”.
Il Times New Roman, ad esempio, è quello che di default si utilizza in Word, ma non è indicato. Nel nostro Pc ci sono già fonts sans sarif, basta controllare che abbiano segni “puliti”, senza lineette aggiuntive, come ad es. il Comics, il Verdana, il Georgia, l’Arial.
Un elenco dei sans sarif più comuni lo potete vedere qui (tratto dal sito http://www.graficainlinea.com/pagine/grafica/Font.html)

Attenzione, però: in alcuni di questi fonts la “i” maiuscola e la “elle” minuscola sono identiche! Altri, come il Comics e il Verdana li mantengono invece distinti (come eccezione, la sola I maiuscola ha le grazie).

9. Impostare il font in un formato (“corpo”) abbastanza grande: se un corpo di 12 punti può essere accettabile per il Verdana maiuscolo, per altri tipi di font più piccoli potrebbero servire almeno 14/16 punti.
10. Se possibile, usare il grassetto e/o colori diversi per evidenziare le parole chiave ed i concetti più importanti, o per raggruppare (nel caso dei colori) concetti e contenuti tra loro correlati. Come per il punto 1, però, attenzione a non esagerare: il testo deve essere chiaro, “pulito”, senza inquinamento visivo.

L’organizzazione dei testi e il lessico:

1) Usare frasi brevi, evitando le subordinate e preferendo, piuttosto, le coordinate.
2) Non usare doppie negazioni.
3) Fare attenzione alle frasi con troppi pronomi: costringono ad inferenze ed aumentano il carico cognitivo, a scapito della strumentalità di lettura.
4) Nei testi informativi/di studio raggruppare le informazioni per blocchi tematici.
5) Nei testi narrativi sostituire gli eventuali flash-back con un più semplice ordine cronologico.
6) Cercare di evitare testi troppo lunghi: max 250 parole per pagina.
7) Per quanto possibile, usare forme attive e al modo indicativo.

Infine due elementi utili per genitori ed insegnanti:

 Istruzioni per convertire velocemente un testo da stampato minuscolo in stampato maiuscolo (in Word e in Writer)

 

Un modello per Word già predisposto, (e le istruzioni per utilizzarlo) per scrivere su un file vuoto ed ottenere, automaticamente, lo stampato maiuscolo, un font senza grazie ed abbastanza grande, l’interlinea spaziosa ed i margini laterali più larghi. Il modello potrà eventualmente anche essere modificato.

3 Mar
2012

Incontro di formazione gratuita sugli strumenti compensativi organizzato dall’associazione Ali per Crescere

 

martedì 6 marzo 2012 alle ore 21:00

si terrà uno speciale incontro presso la sala Ratta dell’Istituto Valeriani Aldini, via Bassanelli 9 Bologna, con il seguente tema:

 

Strumenti compensativi: il loro uso.

 

Relatore della serata sarà il dott. Enrico Angelo Emili

referente dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) presso l’USR-ER e referente del Progetto Regionale ProDSA

Giornata formazione gratuita sui Disturbi Specifici di Apprendimento organizzata dall’Ufficio Scolastico Provinciale di Bologna

Giornata di incontri di formazione intensiva dal titolo “Dislessia e tecnologie: tra didattica e relazione” sulla complessa ed ampia tematica dei Disturbi Specifici di Apprendimento (dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia) e sulle relative strategie e competenze che consentano di perseguire il successo scolastico, secondo le prescrizioni della Legge 170/2010.
Si tratta di una giornata di studio e incontri di formazione che hanno come finalità l’ampliamento della
competenza professionale dei Docenti delle diverse discipline e materie di studio e sono rivolte a:

  • Referenti D.S.A.;
  • Insegnanti di classe di scuola primaria, secondaria di primo e secondo grado, di qualunque disciplina che accolgano in classe alunni con DSA;
  • Famiglie interessate (nella sessione pomeridiana)

La particolare proposta formativa richiede di essere sviluppata in tempi concentrati (forma intensiva) che consentano l’acquisizione e la pratica di conoscenze e di competenze necessarie per affrontare in modo adeguato, sereno e competente le situazioni di insegnamento-apprendimento riferibili ad alunni e studenti
con Disturbi Specifici di Apprendimento.
La giornata avrà luogo presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Aldini Valeriani Sirani” (Via Bassanelli, 9 – Bologna).

Il programma della giornata di formazione è scaricabile qui:

Programma Giornata provinciale sui DSA ALDINI

oppure disponibile al seguente link:

http://usp.scuole.bo.it/si_pub/inc_all_doc.php?record_ID=8152

Il Disturbo Bipolare

Durante la normalità della propria esistenza ed anche all’interno della stessa giornata ogni persona sperimenta variazioni sia nel tono dell’umore che nei livelli di energia soggettivamente percepiti.

Il disturbo bipolare  è un disturbo mentale caratterizzato da oscillazioni insolite del tono dell’umore e della capacità di funzionamento della persona.

Il termine “bipolare” vuole distinguere tra forme unipolari, depressione maggiore, e forme bipolari anche lievi di mania e di depressione.

Si presenta con una disregolazione bifasica di episodi depressivi, picchi ipomaniacali o maniacali, intervallati tra loro da periodi più o meno lunghi di benessere clinico (normotimia o eutimia)libero da sintomi anche se tendenzialmente malinconico.

 

Definiamo in base al manuale diagnostico DSM-IV-TR cosa si intende per:

Episodio depressivo maggiore (per almeno 2 settimane; 5 sintomi)

  • Umore deflesso
  • Anedonia (perdita di piacere in quasi o tutte le attività)
  • Faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno
  • Colpa, sentimenti autosvalutativi o di autorimprovero
  • Riduzione della concentrazione e difficoltà nelle decisioni
  • Pensieri e piani di suicidio
  • Irregolarità del sonno
  • Variazioni del peso corporeo (5%) o dell’appetito
  • Marcate agitazioni o rallentamento motorio
  • Marcate riduzioni del desiderio sessuale
  • Idee, intenzioni o azioni suicidarie

Episodio maniacale (per almeno 1 settimana; 3-4 sintomi) si definisce come un periodo definito di umore anormalmente e persistentemente elevato, espansivo o irritabile.

  • autostima ipertrofica o grandiosità
  • diminuito bisogno di sonno (non insonnia)
  • maggiore loquacità o spinta a continuare a parlare
  • fuga delle idee o esperienza personale che i pensieri si susseguano in modo troppo rapido
  • distraibilità
  • Eccessiva attività finalizzata (sociale, lavorativa, studio, sesso) o agitazione psicomotoria
  • Eccessivo coinvolgimento in attività piacevoli che hanno conseguenze dannose (eccessi nel comprare, investimenti avventati, comportamento sessuale sconveniente)
  • Decisioni avventate e pericolose

 

Episodio ipomaniacale  è simile all’episodio maniacale, ma di minore durata (almeno 4 giorni)

  • Minore intensità
  • Minore disgregazione delle attività giornaliere
  • No pensieri psicotici
  • No ospedalizzazioni

In Italia, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il disturbo bipolare interessa l’ 1,8% della popolazione, con la stessa probabilità per gli uomini e le donne. Di solito il primo episodio del disturbo si sviluppa nella tarda adolescenza o nella prima età adulta (l’età media del primo episodio maniacale è intorno ai 20 anni con picchi tra i 15 e i 24 anni), e si ripresenta più o meno frequentemente per tutta la vita.

Difficoltà nella diagnosi

Il disturbo bipolare è sottovalutato,  occorrono in media 8 anni prima che un paziente venga riconosciuto come tale.  Secondo alcuni studi oltre il 50% dei pazienti con diagnosi di Depressione potrebbero essere “bipolari”. Uno degli aspetti che rende difficoltoso il riconoscimento del disturbo è che nella fase (ipo)maniacale le persone non credono di avere un problema, e quindi riveste grande importanza in fase di valutazione la raccolta di informazioni dai familiari.

Inoltre spesso viene confuso con altre condizioni: schizofrenia, ADHD (deficit d’attenzione e iperattività), disturbo borderline di personalità e disturbo di panico.

I disturbi bipolari si distinguono in 4 principali categorie secondo il DSM-IV-TR (Bipolare I, Bipolare II, Ciclotimia, Bipolare NAS), mentre alcuni ricercatori (Akiskal e Pinto, 1999) ne avrebbero individuato 7 sottotipi:

Infine un link utile a chi desidera approfondire con un interessante e gratuito manuale psicoeducativo per pazienti e familiari http://www.disturbobipolarecosasapere.it/DBcosasapere.pdf

Gli effetti cognitivi e psicologici della televisione: la revisione di Desmurget della letteratura esistente

Michel Desmurget, ricercatore francese presso l’INSERM (Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale), ha pubblicato un libro dal titolo “TV Lobotomie, la vérité scientifique sur les effets de la télévision” (Parigi: Max Milo, 2011). Questo libro ci offre una sintesi di tutto ciò che gli scienziati conoscono sui legami tra consumo televisivo e atteggiamenti, comportamenti e sviluppo cognitivo. Da questa revisione di 4000 articoli scientifici emergono dati allarmanti:

1) Esiste una forte evidenza che, a parità di altre condizioni, lo sviluppo intellettuale dei bambini sia fortemente influenzato dall’esposizione alla televisione, con un effetto ancora più forte se il consumo inizia molto presto (0-3 anni). Gli studi dimostrano che in questa fascia d’età, il solo fatto di avere la televisione accesa in una stanza senza guardare influenzerebbe lo sviluppo intellettuale. Il dato interessante è che questo impatto sulla maturazione cognitiva non è legato alla qualità o al contenuto dei programmi, ma alla natura non-interattiva della televisione. In altre parole, guardare la televisione è un’attività estremamente passiva. L’autore cita diversi esempi di studi che hanno dimostrato che l’introduzione della televisione ha effetti negativi sul comportamento infantile, e viceversa, la “disintossicazione” dalla televisione può avere effetti positivi abbastanza veloci (se valutiamo il successo accademico, il il sonno, l’autocontrollo, ecc.).

Disegni
Tratto da uno studio tedesco su 2000 alunni di età compresa tra 5-6 anni, ai quali è stato chiesto di disegnare una persona: nella riga superiore bambini esposti alla televisione meno di 60 minuti al giorno, nella riga inferiore bambini della stessa età esposti a più di 180 minuti di televisione al giorno

2) il consumo di televisione ha un importante legame con molti comportamenti a rischio per la salute come l’alimentazione sregolata, la sedentarietà, il fumo, l’alcolismo, la sessualità incontrollata tra gli adolescenti. Riguardo al fumo, ad esempio, gli studi dimostrano che per gli adolescenti il semplice atto di vedere film in cui appaiono persone che fumano aumenta la probabilità di diventare un fumatore. Secondo Desmurget, quindi, la televisione nuoce indirettamente alla salute, incidendo di conseguenza sui costi sanitari.

3) l’analisi di Desmurget conferma i risultati di una consistente mole di ricerche che dimostrano che il consumo di televisione incide sui livelli di ansia e di rabbia.

In sintesi, i risultati di Desmurget confermano in primo luogo che è fondamentale che i genitori regolino il consumo di televisione da parte dei bambini, evitando di lasciarla a disposizione dei figli in maniera incontrollata. Altrettanto importante è che gli adulti regolino il proprio consumo di televisione, sia per i già citati effetti psicologici e sulla salute, sia per fungere da modello (l’apprendimento per osservazione o modeling è uno dei più potenti canali di apprendimento per l’essere umano), sia per aumentare le occasioni di comunicazione, interazione e gioco con i figli. In fondo un gioco è per un bambino (e per l’adulto) una valida e più stimolante alternativa alla televisione, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo.

Acceptance and Commitment Therapy (ACT): che cosa è e perchè è efficace.

Tratto da: ACBS – Association for Contextual Behavioral Science

 

L’Acceptance and Commitment Therapy, o ACT, è una nuova forma di psicoterapia, con solide basi scientifiche, e fa parte di quella che viene definita la “terza generazione” della terapia cognitivo comportamentale (Hayes, 2004). L’ACT è basata sulla Relational Frame Theory (RFT): un programma di ricerca di base sulle modalità di funzionamento della mente umana (Hayes, Barnes-Holmes, e Roche, 2001). Questa serie di ricerche suggerisce che molti degli strumenti che le persone utilizzano per risolvere i problemi, in realtà intrappolano in situazioni che creano sofferenza.

L’ACT è basata su alcuni principi non convenzionali:

• La sofferenza psicologica è normale, è importante ed accompagna ogni persona.

• Non è possibile sbarazzarsi volontariamente della propria sofferenza psicologica, anche se si possono prendere provvedimenti per evitare d’incrementarla artificialmente.

• Il dolore e la sofferenza sono due differenti stati dell’essere.

• Non è necessario identificarsi con la propria sofferenza.

• Si può vivere un’esistenza dettata dai propri valori, iniziando da ora, ma per farlo si dovrà imparare come uscire della propria mente ed entrare nella propria vita.

In definitiva, ciò che viene richiesto dall’ACT, è un fondamentale cambiamento di prospettiva: un cambiamento nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale.

L’Acceptance and Commitment Therapy usa strategie di accettazione e mindfulness insieme a strategie di impegno nell’azione e modificazione del comportamento, per incrementare la flessibilità psicologica.
E’ basata su tre punti fondamentali:

Mindfulness: è un modo di osservare la propria esperienza che, per secoli, è stato praticato in oriente attraverso varie forme di meditazione. Recenti ricerche nella psicologia occidentale, hanno provato che praticare la mindfulness può avere benefici psicologici importanti (Hayes, Follette, & Linehan, 2004). Attraverso tali tecniche si impara a guardare al proprio dolore, piuttosto che vedere il mondo attraverso di esso; si può comprendere che ci sono molte altre cose da fare nel momento presente, oltre a cercare di regolare i propri contenuti psicologici.

Accettazione: si basa sulla nozione che, di norma, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di traumatico. L’ACT opera una chiara distinzione tra dolore e sofferenza. Per la natura del linguaggio umano, quando ci si trova di fronte ad un problema, la tendenza generale è di capire come attaccarlo.
Capire come liberarci dagli eventi indesiderati (come predatori, freddo, inondazioni) è sempre stato un fattore essenziale per la sopravvivenza della razza umana; tuttavia il tentativo di usare questa stessa organizzazione mentale dinanzi alle proprie esperienze interne non funziona. Quando ci si imbatte in un evento interno doloroso infatti, si tende a fare ciò che si fa solitamente: organizzarlo e risolverlo per sbarazzarsene. In realtà però le esperienze interne non sono uguali agli eventi esterni e i metodi per cercare di eliminarle non funzionano. Deve essere chiaro che l’accettazione, come viene intesa in questo contesto, non è un atteggiamento nichilistico auto-distruttivo ; né un tollerare il proprio dolore, o il sopportarlo, ma è un vitale e consapevole contatto con la propria esperienza.

Impegno e vita basata sui valori: quando si è coinvolti nella lotta contro i problemi psicologici spesso si mette la vita in attesa, credendo che il proprio dolore debba diminuire, prima di iniziare nuovamente a vivere. L’ACT invita a uscire dalla propria mente ed entrare nella propria vita intraprendendo azioni impegnate in direzione di quelli che sono i propri valori.

Fonti e bibliografia:

http://contextualpsychology.org/act_in_italy

ACT Italia

S. C. Hayes, S. Smith – Smetti di soffrire, inizia a vivere – Franco Angeli (traduzione italiana a cura del gruppo ACT Italia)